SETTLEFISH
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Non sono molti i gruppi italiani che possono vantare di avere un contratto discografico con un'etichetta straniera (leggi principalmente americana). I bolognesi Settlefish sono fra quei pochi (oltre al recente caso Jennifer Gentle/Sub Pop). Il loro ultimo The Plural Of The Choir, così come il debutto Dance A While, Upset, è stato prodotto dalla nostrana Unhip Records (a cui va il merito di aver curato tutto il progetto, dalla produzione all'edizione limitata in vinile), e su cui ha subito messo le mani - per il mercato nordamericano e inglese - niente meno che la Deep Elm Records, gloriosa label di Charlotte, famosa per aver dato alla luce la serie di compilation Emo Diaries (in cui i Nostri compaiono nel nono capitolo). Se da un lato far parte del roster di una realtà così importante è senz'altro un punto a loro favore, soprattutto in termini di popolarità e di prestigio, dall'altro può rivelarsi un ostacolo o quantomeno una forzatura, indirizzando le aspettative verso un genere, l'emocore, ormai snaturato della sua inziale valenza e divenuto prevedibile. Accadde con il punk, che da situazionista, ossia ancorato al suo presente storico, si trasformò lentamente in un prodotto seriale, scontato, perdendo la forza che lo portò in auge. E, se vogliamo, accade tutt'oggi con i fumetti, caratterizzati da variabili identiche in ogni episodio (mi viene in mente Dylan Dog, in cui se non c'è lo zombie c'è il vampiro, o ci sono entrambi). Non sempre però l'essere "di genere"equivale a dire "bassa qualità". Prendiamo ad esempio Superman, giusto per rimanere in tema. Nel momento in cui il personaggio perde centralità nel racconto per farsi portatore di altre tematiche (sociali, politiche e così via), la convenzionalità su cui si fonda, sorretta da una sapiente manipolazione narrativa, non è più una negativa riconferma dei fatti, ma diventa un elemento di rottura e di proposta.
Allo stesso modo la furia e la spigolosità tipiche dei Fugazi e di certo punk hardcore à la Dischord (It Was Bliss! esprime esattamente questo), vengono smussate e mischiate dagli emiliani grazie ad inserti melodici dilatati più inclini al post rock (l'apertura del disco, nonchè del sound vero e proprio, è infatti affidata a Kissing Is Chaos, con la sua iniziale calma che sfocia in un passionale fragore). Momenti delicati, quasi acustici (le strumentali Getting The Clicks Out Of Our Hearts e Rooms) si alternano con una estrema fluidità a irruenti passaggi (le urla aggressive di Oh Well, la velocità di Blinded By Noise, il groviglio di chitarre all'ennesima potenza di Two Cities, Two Growths), seguendo le liriche criptiche ad elevato tasso emotivo. Una introspezione tipica dell'emocore (divenuta negli ultimi tempi quasi sdolcinata e dozzinale), che interpretata dalla stupefacente voce di Jonathan Clancy, l'unico del combo ad avere origini canadesi, assume le sembianze di una carezza o di un pugno nello stomaco (ascoltare The Marriage Funeral Man per averne un'idea, un sussurro misto a sussulto impaziente) e acquista un piglio decisamente fresco e fuori –fortunatamente –dai canoni. Merito anche della produzione di Brian Deck (già in studio con Califone, Modest Mouse, Iron & Wine) e dell'apporto di Jukka Reverberi alla chitarra.
Una duttilità ed una obliquità che può ricordare i Pavement, per certi versi, ed una capacità di maneggiare con competenza materie e riferimenti tanto sedimentati quanto ormai sviliti e privi di significato, riuscendo a svincolarsi da una restrittiva definizione (quella di emo, appunto) e lasciando ampi margini di crescita (se ancora ce ne fosse bisogno). Ci sono arrivati i Settlefish, a cui va un plauso per la godibilità che hanno saputo imprimere all'album. Speriamo ci arrivi anche la Deep Elm con la nuova serie This Is Indie Rock: The Best Bands You've Never Heard. Il titolo lascia bene sperare.







